Dio Cane!

Una maledizione toscana, spesso udita quando le pietre iniziano a rotolare. Non è né puramente blasfema né semplicemente volgare, è lo sfogo dei Cavatori, coloro che vivono tra il paradiso e l'inferno del lavoro.

Un grido, metà rabbia e metà preghiera.

Letteralmente significa “Dio Cane”, ma nel suo suono si nasconde qualcosa di più profondo: una ribellione antica contro il destino e, allo stesso tempo, l’ammissione che qualcosa di più grande cammina accanto a noi, anche senza essere compreso.

Questo doppio significato vive dentro la mia opera “Dio Cane”, scolpita nel 2015 in Piazza del Duomo a Carrara durante il Simposio Internazionale di Scultura a Mano, uno di quei rari momenti in cui Carrara ritrovava se stessa: amichevole, rumorosa, ritmica, mentre risuonava l’antico canto del marmo.

Per giorni la piazza ha vibrato del suono del ferro sulla pietra: niente motori, niente smerigliatrici, niente compressori.

Solo mani, scalpelli e sudore.

Il giornale locale scrisse: “Solo subbia e scalpello… una manifestazione dove non si usano attrezzi elettrici.” Eppure i residenti erano comunque infastiditi da quel bellissimo rumore. Probabilmente nuovi arrivati.

Da un unico blocco di marmo Ordinario, la carne bianca di queste montagne, ho scolpito un rilievo ispirato alla Creazione di Adamo di Michelangelo, sostituendo il dito divino con la zampa di un cane.

Non un cane qualsiasi, ma la zampa di Ragnar, il nostro cane da pastore maremmano-abruzzese, nato sopra i tetti di Carrara, a Castelpoggio, e plasmato dalla stessa selvatichezza che attraversa le persone di qui.

Ragnar non era un animale domestico, né un accessorio, ma un guardiano silenzioso, un essere capace di comprendere senza parole. Ringhiava spesso, non per rabbia, ma come segno della sua presenza. Incarnava virtù antiche che Carrara sembra aver dimenticato: lealtà, forza, calma e pazienza.

Per tredici estati è rimasto accanto a noi, nella polvere, all’ombra, nel laboratorio. Quando morì nell’estate del 2019, lo seppellimmo tra le montagne di marmo, in una tomba megalitica, come quelle un tempo destinate ai guerrieri. Lì riposa, circondato dalla pietra, parte dello stesso materiale di cui è fatta quest’opera.

Dio Cane non era nato come una scultura funeraria, ma col tempo lo è diventato. L’opera cattura l’istante prima del contatto: la tensione tra mano e zampa, tra uomo e animale, tra terra e cielo.

Il Pinokel, la mia figura ricorrente, metà uomo e metà specchio, giace disteso nel rilievo. Il corpo è dipinto di rosa, quasi infantile, quasi imbarazzato. Gli occhi sono in vetro di Murano. La zampa sopra di lui è calma, gentile, ma sicura. Nessuna scintilla divina, nessun raggio di luce: solo vicinanza. Un compagno.

Un riconoscimento silenzioso, quasi sacro: il vero contatto potrebbe non venire da Dio, ma da chi vive accanto a noi.

Il titolo Dio Cane resta ambiguo: un grido e una dichiarazione d’amore. Un dialogo ironico ma sincero con il linguaggio del mio ambiente. A Carrara è un’imprecazione quotidiana, uno sfogo spontaneo quando qualcosa va storto. La uso spesso, e mi piace.

Il cane come dio, dio come cane: così il cerchio si chiude.

La pietra porta i segni della mano: i colpi, le irregolarità, una vita non compressa sulla superficie.

Il colore del Pinokel, un rosa acceso, già quel primo rosa F.A.C., contrasta con la pelle fredda del marmo. Il rilievo non è perfetto, non è simmetrico, non è liscio: ed è proprio lì che risiede la sua verità.

Non è un monumento, ma un momento. Un momento che ho vissuto molte volte, come molti altri proprietari di cani.

Dio Cane è una delle prime opere F.A.C. dedicate alla creazione e alla perdita, alla fede e alla bestemmia, al desiderio di essere compresi. È il “ritratto” di un cane e dell’essere umano che ne ha bisogno.

Ed è anche un autoritratto: lo scultore, Dominik, che colpisce il vuoto senza ricevere risposta.

Forse abbaia ancora quando il vento solleva la polvere; forse allora, lieve e quasi riconciliata, si può sentire di nuovo quella vecchia parola.

Oggi, lasciando Piazza del Duomo e guardando verso le montagne, si può immaginare Ragnar ancora lassù: alto, bianco, calmo, tra le rocce.

“Dio Cane!”

[Marmo Ordinario, policromo, scolpito a mano, circa 100 × 50 × 18 cm, realizzato durante il Simposio Internazionale di Scultura a Mano, Piazza del Duomo]

Carrara 2015

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