Con “DODO” volevo creare una scultura che ferisse, provocasse e allo stesso tempo rivelasse la tragedia della nostra esistenza. Per me il dodo è simbolo della nostra avidità distruttiva, della nostra ignoranza e, in definitiva, della nostra debolezza: amare ciò che è irrecuperabile, ciò che noi stessi abbiamo distrutto.
L’uccello è posato su una croce, icona di espiazione e sacrificio. Ma qui non è un santo, né una figura di perdono. È un testimone. Il suo corpo deformato grida giustizia, risposte. La superficie metallica riflette freddezza e inaccessibilità, ma sotto si nasconde una storia di dolore e paura.

“DOVRESTI AMARE CIÒ CHE HAI UCCISO”
“Dovresti amare ciò che hai ucciso.” Questa frase è l’idea centrale dell’opera. Come possiamo amare qualcosa che abbiamo estirpato? Il dodo, scomparso da tempo dalla realtà, vive nelle nostre storie, triste monumento del nostro potere distruttivo.

Vedo questa scultura non solo come un’accusa, ma anche come uno specchio. Ci confronta con la nostra ipocrisia: parliamo di conservazione mentre continuiamo a consumare. Romanticizziamo il passato mentre lavoriamo a distruggere il futuro. Le proporzioni grottesche dell’uccello, il suo sguardo fisso, la coda a forma di trapano, rendono visibile questa contraddizione.
L’effetto metallico freddo e lucente è una scelta deliberata: acciaio cromato. Simboleggia industria, progresso e alienazione. Il dodo, ispirato ai nostri Cruxials, appare quasi meccanico, come un prodotto del nostro mondo tecnocratico, dove abbiamo perso da tempo il contatto con la natura. Eppure il materiale inganna: l’uccello rimane una creatura, una vittima, lacerata tra il suo passato e la nostra arroganza umana.

La croce su cui è posato conferisce all’opera una forza sacra. È simbolo di sacrificio, colpa e penitenza. Ma qui non c’è perdono, né resurrezione. Il dodo resta un monumento, testimone silenzioso di ciò che abbiamo perduto.
“DODO” è nato dalla mia rabbia e dal mio dolore per lo stato del mondo. Il testo che accompagna la scultura è il mio monologo interiore, una sorta di litania oscura:
“Maledetti i resurrezionisti!”
“Cursed be the resurrectionists!”
Non c’è ritorno, né soluzione facile. L’eradicazione e l’uccisione lasciano ferite che non si rimarginano.

La scultura è un invito per voi, spettatori: confrontatevi con queste domande scomode. Cosa abbiamo distrutto e come viviamo con questa colpa? Vogliamo solo sognare il passato mentre distruggiamo il futuro?
“DODO” è parte di me, un tentativo di dare forma alla mia rabbia e al mio dolore. Non è una scultura pensata per portare conforto, e non lo è mai stata. Deve inquietare, provocare, risvegliare. Sta a voi sostenere lo sguardo dell’uccello e confrontarvi con il vostro ruolo in questa storia.
Carrara 2018

