I Dream Ritalin

Quando un bambino si comporta male, le persone non tendono più una mano, offrono una pillola.

Quest’opera, realizzata nel 2010, è stato il mio modo di elaborare gli anni di scuola, molto prima che la gente cominciasse a diagnosticarsi su TikTok. All’epoca si diceva semplicemente:

“Quel ragazzo non riesce a stare fermo. È un piccolo Speedy Gonzales!"

Oggi è ADHD, ADD, ADAHS, una zuppa di lettere per qualcosa che era fondamentalmente solo energia. Troppa energia. Frustrazione nata dall’essere costretti a memorizzare cose inutili che non avevano mai senso per me.
Ero uno di quei tipi irrequieti, sempre a tutta velocità, senza filtro, senza freni, ma con la testa piena di immagini e idee, sempre leggermente fuori tema. Non c’era il Ritalin per me. (Fortunatamente! La generazione subito dopo la mia non è stata altrettanto fortunata.)

Solo punizioni, a volontà. La pedagogia standard era: “Vai a stare nell’angolo. Stai zitto. Esci dall’aula” e “Stahlberg, lascia immediatamente la stanza.”

Sì, sono stato espulso da diverse scuole. Ma stavo volando verso l’alto, non verso il basso, perché non ero stupido, semplicemente non ero mai stato guidato correttamente. Dalle scuole superiori alla media e oltre, sempre a lottare contro la gravità, contro un sistema che voleva calibrarmi, o meglio, torturarmi con la matematica nonostante la discalculia. Questa era la mia fortuna: ero troppo rumoroso per essere sedato.
Solo passato da un posto all’altro, ma ho incontrato pochi insegnanti rari che credevano in me, anche all’interno dell’istituzione, contro ogni probabilità.

“I Dream Ritalin” racconta esattamente questa storia, il desiderio di non essere normalizzato con l’aiuto di psicofarmaci quotidiani. Una testa di bambino, scolpita in marmo patinato, incatenata alla propria scrivania, circondata da pillole, libri, una matita, e il grido:

“Quando sarò grande, vorrei una vita senza droghe e senza pressione. Per favore, aiutami.”

Suona ingenuo, ma è brutalmente onesto. È il grido di un bambino che si rende conto che gli adulti sono i veri tossici, dipendenti dal controllo, dall’ordine, dalle prestazioni misurabili. Diagnosi su diagnosi.
Non vogliamo bambini che sognano, vogliamo corpi funzionali per il dannato Prodotto Interno Lordo. Ho mostrato questo pezzo a Milano e Caserta. Le reazioni erano sempre le stesse: prima lo shock, poi il silenzio.

Alcuni dicevano: “È troppo duro… ma anche mio figlio lo prende.”

Per me non è stata mai solo una scultura, era un flashback, una piccola vendetta contro la pedagogia, contro l’industria dell’adattamento. Volevo mostrare cosa succede quando il pensiero selvaggio viene medicato (il vero conto, e la vera crisi, arriveranno dopo, quando sarete grandi) e che a volte serve solo un po’ di fortuna o qualche buon insegnante per evitare di essere spenti chimicamente.

Oggi siamo più efficienti, più silenziosi e più rotti che mai. Tutti uguali. Le macchine girano, i bambini inghiottono, i genitori continuano a funzionare, fino a esplodere anche loro, perché diciamolo: nessuno sopravvive senza “roba.”

E da qualche parte là fuori, forse quel bambino, ormai adulto, sogna ancora una vita senza droghe.

Vaffanculo, Novartis Pharma.

Carrara 2010

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