Amavo i miei simposi di scultura.
Non come folklore, né come mossa di carriera, ma come uno stato dell’essere: mattine con la polvere di terre lontane sulla pelle, mezzogiorni con il sole sul collo, sere con quella risata a metà, spezzata dalla stanchezza, tra vino, donne e canti dei colleghi.
Eravamo come nomadi artistici contemporanei.
Materiale scambiato con tempo, e alla fine qualcosa restava in piedi, qualcosa di più grande della somma delle nostre mani.
Thailandia – Cera sotto gli alberi e quaranta gradi sopra
Ubon Ratchathani: l’aria dolce come sciroppo, il giallo delle sculture reali in cera contro il verde scuro degli alberi.
La cera è onesta: mostra ogni segno, ogni esitazione, ogni decisione rapida, e poi si scioglie. Lì ho capito quanto la monumentalità possa essere temporanea, tutta la monumentalità. Che la grandezza non si misura in tonnellate, ma nella partecipazione, nelle persone e nelle idee.



Ubon è un luogo dove interi quartieri si raccolgono attorno alla scultura; dove il calendario delle feste determina il ritmo dell’arte, con l’Asanha Puja e l’inizio della stagione delle piogge. Mi ha radicato: l’arte come festa popolare, come memoria collettiva, non come effetto da white cube. Ogni anno di nuovo. Persone meravigliose in Thailandia, veri spiriti festosi, molti ancora amici oggi. Grazie, e un grande grazie agli studenti della Silpakorn University! Viva Team Italia!!
Argentina – Neuquén/Cipolletti, travertino, vetro e schiuma

A Cipolletti ho infilato un intero pacco di bottiglie nella gola della mia figura, il mio alter ego ubriaco e autodistruttivo. Bottiglie vere, peso reale, rischio reale, su un pacchetto di Marlboro.
Alcuni puristi borbottavano: “La pietra deve restare pietra! Lascia stare gli altri materiali!”
Ma per me era importante che la scultura pungesse il presente: il fumo, l’alcol, la povertà delle province argentine, i segni dell’uso. Lavoravamo in un parco pubblico, aperto a tutti, per dieci o dodici giorni; arrivava la stampa locale, i vicini portavano il maté, i gangster del posto cacciavano le guardie e prendevano volontariamente il turno di notte — gli stavo simpatico.
Quella era la versione migliore del formato simposio: pubblica, contraddittoria, diretta, non levigata. (L’evento si svolse nell’ottobre 2008, come incontro internazionale aperto al pubblico, perfettamente in linea con la mia idea di lavoro come dialogo.)
Un saluto ancora al mio caro amico Otto e alla sua Maria, una coppia tedesca emigrata negli anni ’50, sempre con una buona storia da raccontare sulla regione. Cipolletti è stato, di gran lunga, il mio simposio preferito.

Tendola – Due uccelli di marmo bianco
A Tendola mi sono concesso la libertà di essere quietamente monumentale. Due uccelli, senza pathos. La scultura di mia moglie accoglie il viaggiatore all’ingresso del paese; la mia lo saluta alla fine, tra le colline della Lunigiana.


Marmo di Carrara, ritmo denso, spigolo, curva.
Quello che mi piaceva di questo lavoro è che non si imponeva sul contesto, ma vi si univa, ostinato e orgoglioso come le persone che ci vivono — e lo dico come un complimento. Un saluto a Ursula e Sergio, organizzatori gentili!
Verona – Sole, Luna e Stelle

A San Giovanni Lupatoto avevo un bellissimo blocco tricolore di marmo Rosso Verona, ma solo un’idea iniziale piatta: un arco che collegava sole e luna, terribilmente noioso. Il titolo provvisorio era “Sonnenmondbanane”, scartato! (Era il mio primo simposio, abbiate pazienza.)
Una stella come accento ironico, che non aiutava molto. Per me è diventata una confessione precoce: il gioco non è una debolezza. Non piegarti più, non contorcerlo, tienilo dritto. È un metodo di conoscenza.
Chi gioca trova connessioni che la sobrietà non permetterebbe mai. A dire il vero, fui un po’ forzato a produrre quella cosa. Nel complesso, un fallimento: per poco non smisi di lavorare in pubblico. A parte gli altri scultori, era tutto pessimo, e perfino loro tremavano davanti all’organizzatore. Un inizio duro.
Israele – La panchina con due maschere
Maʿalot-Tarshiha, pietra in Galilea. Ah, bellissimo Israele, la mia terra santa! Il mio lavoro, una panchina che invita alla sosta, porta due volti, a sinistra e a destra. Non trofei decorativi, ma ascoltatori. Il titolo: La Bella e la Bestia. Chi si siede non è mai solo: si siede tra ruoli, stati d’animo, pubblici.
Bello o bestiale.



Volevo che il gesto stesso del sedersi diventasse una piccola performance. L’opera ha trovato posto davanti al municipio, dove — come sappiamo — bellezza e mostruosità si incontrano nei volti generosi o meschini dei funzionari. Il festival è fortemente internazionale, curato con attenzione al pubblico, ed è un punto fermo della scena della scultura su pietra in Israele fin dagli anni ’90. La Germania non potevo rappresentarla ufficialmente, per ovvie ragioni — la bandiera tedesca non era ben accolta — ma travestito da italiano ho potuto partecipare.

Da quel simposio a Maʿalot ho imparato ad amare profondamente questo paese, e sarà sempre così. Ci muovevamo liberamente, esploravamo tutto: anche la Cisgiordania e il Negev non ci sono sfuggiti. Bello e bestiale — così descriverei anche la terra stessa.
Cosa è cambiato
Dopo alcuni anni qualcosa è cambiato. Non ovunque, non subito, ma in modo evidente. I luoghi di sperimentazione sono diventati, altrove, palcoscenici di comodo. Grandi sculture comprate a poco.
I bandi si sono moltiplicati, i candidati sono esplosi, i budget si sono ridotti: più lavoro per meno denaro. L’imprevedibile, l’irregolare, ciò che fa pensare, è arretrato, mentre forme facilmente delegabili sono venute in primo piano. In certi contesti l’arte è diventata infrastruttura per eventi: fotogenica, innocua, mortalmente noiosa. Design.
Non è una lamentela, anzi.
I buoni simposi restano, per me, la forma più democratica di scultura: all’aperto, accessibile, concreta. Questa era l’origine, l’idea dei simposi internazionali come luoghi di scambio sin dai pionieri del 1959: ammorbidire i confini, forzare il dialogo tra persone e materiali, lasciare un frammento di luogo.
Quell’idea è ancora vera.
Ma quando i bandi iniziano a vedere l’arte soprattutto come sfondo per selfie, lo scalpello si smussa. Il risultato? Tutto diventa un po’ più corretto, più innocuo, e allo stesso tempo più insignificante. Le giurie cercano di vendere l’assenza di conflitto come virtù civica. E così perdiamo proprio ciò che ci rendeva forti: il diritto di fallire, di provocare, di esplodere, e di schiaffeggiare le dita di qualcuno — in modo visibile, udibile, istruttivo.
Cosa resta
Non rimpiango neanche un simposio. Al contrario: ho imparato a pensare nel rumore, a disegnare in movimento, a confrontarmi con un pubblico senza dovermi spiegare. Ho imparato che il diventare pubblico di una forma è importante almeno quanto il suo stato finale. Ho costruito amicizie con persone che mi sono ancora vicine, molte delle quali sono diventate collaboratori in progetti successivi.
Oggi scelgo con più attenzione.
Vado dove le domande sono ancora ammesse, dove il materiale fa più che decorare, dove una città non è solo un committente ma un partner. Rivendico il fatto che alcune mie opere siano scomode — con bottiglie in gola, con smorfie su una panchina, e così via.
Non è una posa.
È il mio tentativo di incontrare la verità di un luogo, non la sua brochure patinata. Ho amato quegli anni. Li porto con me, a Carrara, nel mio studio, in ogni nuovo blocco di pietra. Ogni volta che faccio un taglio fresco, risento quel vecchio concerto: smerigliatrice, martello, risate, domande.
Questo è il mio Dominik Festival.
Note:
- Ubon Ratchathani Candle/Wax Festival: contesto e periodo della processione di sculture in cera, 2008
- Simposio Internazionale della Pietra di Cipolletti (Neuquén/Río Negro): periodo di lavoro pubblico, ottobre 2008
- “Stone in the Galilee” (Maʿalot-Tarshiha), Israele 2007
- “Simposio in Tendola”, Lunigiana, Italia 2006
- “Simposio in Cavaion Veronese” (Universe in stone) 2006

